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La guardia alla porta aveva il suo nome. Un altro soldato la condusse nell’ufficio del maggiore: una stanza ampia, con le pareti ricoperte da un qualche cosa che non poteva essere legno ma ne dava una convincente impressione. Su una parete un ologramma della Terra, ripresa dallo spazio, con bianche nuvole che si muovevano e l’intero pianeta che ruotava molto lentamente.

Non c’erano scrivanie ma solo quattro sedie, basse e comode, messe in cerchio attorno a un tavolo. Sul tavolo, un servizio da tè d’argento e tre tazze di porcellana. Più o meno l’ultima cosa che Anna si era aspettata di vedere. Forse non era entrata nel mondo dello spionaggio. Forse quello era il Paese delle Meraviglie, oppure Oz.

Guardò il maggiore. Non si era trasformata nel Cappellaio Matto o nello Spaventapasseri, e l’ometto che sedeva nella sedia accanto era perfettamente comune.

— Questo è il capitano Van — disse il maggiore. — È uno dei nostri traduttori.

Lui si alzò, strinse la mano ad Anna e si sedette nuovamente. Il maggiore versò il tè. Era scuro. Indiano. C’era un piatto di piccole tartine. Il maggiore le offrì.

Il capitano Van disse: — Il maggiore ha uno strano senso dell’umorismo. Se lavorerà con noi, sarà meglio che lo sappia. Non tocca la qualità del suo lavoro.

Il maggiore sorrise e mangiò una tartina, poi prese uno schermo-computer. — Tutto quello che le dirò e che le dirà il capitano è protetto. Formalmente protetto, con sigilli e chiavi d’accesso e codici per "uso confidenziale". Ora, in certi casi, questo non sarebbe mai dovuto accadere. Il materiale non è delicato e non lo è mai stato. In altri casi, il materiale era delicato vent’anni fa ma non lo è più. In qualche caso, le daremo informazioni che non vogliamo che si sappiano in giro. In tutti i casi, lei finirebbe in grave imbarazzo se parlasse. È chiaro?

Anna annuì e prese un’altra tartina. Era deliziosa.

Il maggiore attivò lo schermo-computer. — Okay. C’è stata una nave, la Free Market Explorer, che è scomparsa vent’anni fa. — Fece una smorfia. — Il nome fa pensare a una nave da carico. Era una nave per le lunghe distanze, velocissima, la migliore che avessimo a quel tempo, ed è scomparsa nello spazio hwar. Abbiamo sempre pensato che fosse stata distrutta.

— Dell’equipaggio della Free Market Explorer faceva parte un certo Nicholas Sanders. Era un capitano della Military Intelligence. Non sarebbe dovuto esserlo. Non aveva la personalità adatta. Ma, a quel punto, era una delle poche persone che conoscessero veramente bene la lingua principale hwar.

— Il nostro uomo — osservò Anna.

Il maggiore annuì. — Non abbiamo un’identificazione sicura ma io ne sono quasi del tutto certa. Sanders aveva ventisei anni quando la nave scomparve. Ne avrebbe quarantasette, adesso, e io penso che questa sia approssimativamente l’età del nostro Nicholas. Ha vissuto per vent’anni dietro le linee del nemico.

— Desidera dell’altro tè? — chiese il capitano Van.

Anna annuì.

Il capitano lo versò e il maggiore proseguì. — Dovrò spiegarle qualcosa sul problema della raccolta d’informazioni in questa… come possiamo chiamarla? Non è mai stata dichiarata una guerra e non abbiamo mai combattuto una vera battaglia. Per quasi quarant’anni, ci sono stati viaggi d’esplorazione, missioni di spionaggio e, di tanto in tanto, qualche schermaglia.

Guardò il suo schermo. — Ci sono diversi problemi. Tanto per cominciare, l’immensità dello spazio e la natura del viaggio Ftl. Non abbiamo garanzie che gli alieni provengano da qualche posto qui vicino. Pensiamo… ma non ne siamo sicuri… che si siano espansi molto rapidamente dal loro sistema originario, come abbiamo fatto noi. Pensiamo di trovarci di fronte a due sfere enormi e quasi vuote che siano giunte a contatto, che si sfiorino. Ho detto che le sfere sono vuote. Sono piene di stelle… migliaia, forse milioni, e siamo alla ricerca di una dozzina di mondi magari abitati.

Una buona oratrice, pensò Anna, che tuttavia aveva la sensazione di partecipare a una specie di tea party per pazzi. Forse per la combinazione di enormi distanze e di piccole tartine e del piccolo capitano che sedeva tranquillo, quasi addormentato. Cominciava a sembrare un ghiro.

— Questo è un genere di problemi — disse il maggiore. — Problemi di scala. L’altro genere ha a che fare con la psicologia. Gli alieni sono paranoidi o sospettosi o forse qualcos’altro che non sappiamo, qualcosa di veramente alieno. La prima volta che li abbiamo incontrati erano pronti alla guerra. Aspettavano noi o un altro nemico. Le loro navi e le loro stazioni erano armate e delle vere trappole esplosive. Non abbiamo mai catturato una nave col suo sistema di navigazione intatto.

"E abbiamo sempre avuto problemi a interrogare gli alieni, i pochi che siamo riusciti a catturare. Dapprima, non sapevamo come parlare con loro. Alla fine, siamo riusciti a decodificare… sarebbe il termine giusto? …la loro lingua principale. E Nicholas Sanders faceva parte della squadra che l’ha fatto. È molto bravo con le lingue."

Il piccolo capitano annuì.

— Nel contempo, abbiamo avuto un altro problema, e questo non siamo stati capaci di risolverlo. Gli alieni muoiono facilmente. Se si dà loro l’occasione, si uccidono. Se ciò non è possibile, allora si rifiutano di mangiare e, se vengono nutriti forzatamente, non sopravvivono.

Quasi nessuno sopravviverebbe, pensò Anna. Si sentì male al pensiero di gente come Hattin legata da qualche parte, piena di tubi infilati da tutte le parti. Era una specie di violenza.

— È stato difficile mantenere vivi quel tanto che bastava per sapere qualcosa i pochi che siamo riusciti a catturare. Forse i primi… quelli con cui non siamo riusciti a comunicare… avevano informazioni che sarebbero state davvero utili; ma sono morti prima che potessimo interrogarli; e quelli che siamo riusciti a interrogare… — Il maggiore sembrava frustrato. — …non sono a conoscenza delle cose che vogliamo davvero sapere. Forse si è trattato di puro caso. Quanti esperti di ingegneria militare ci sono in un equipaggio, anche nell’equipaggio di una nave Ftl? E quanti esperti di navigazione? E quante le possibilità di mantenere viva una di queste persone?

"Può anche darsi che, una volta saputo che eravamo qui, il nemico abbia trasferito al sicuro, chissà dove, le persone in possesso di informazioni delicate." Fece un sorriso. Un sorriso cattivo. "Ci sono volte in cui penso di non riuscire a dire altro che: ’Non lo so. Non lo sappiamo. Non lo sanno. Nessuno lo sa’."

— Questo che cosa ha a che fare con me? — domandò Anna.

— Dopo quasi quarant’anni di tentativi, tutto ciò che conosciamo è un po’ della loro tecnologia militare e della loro cultura. Ora, ci troviamo di fronte a un uomo che ha vissuto per vent’anni tra gli alieni. E Dio solo sa cos’ha raccontato loro. Dio solo sa cos’ha imparato.

— Che cosa avete intenzione di fare?

— Di cercare di farlo tornare indietro. Una volta, è stato convinto. Forse può essere convinto di nuovo.

— E volete il mio aiuto.

Il maggiore annuì.

— Non credo che sarei brava nei panni di Mata Hari.

— Chi? — domandò il piccolo capitano.

— Una spia — rispose il maggiore. — Nella storia dell’Occidente, una donna che otteneva informazioni seducendo gli uomini.

— Ah… — Il capitano posò la tazza. — Credo che farei meglio a dirle qualcosa di più su Sanders. Ciò che ho appreso nel corso dei negoziati. — Rimase per un momento seduto, ovviamente pensieroso. — Dovrò parlarle della lingua principale dei hwarhath. Mi scuso per questo. Il maggiore le ha già dato molte notizie sul loro background.

Anna aveva la sensazione che il capitano ritenesse che le fossero già state date troppe informazioni. Perché? Le riteneva delicate? O irrilevanti? Niente di ciò che non sapeva o che non era riuscita a scoprire lo era, per quel che poteva dire, tranne il materiale sui prigionieri alieni. Non le piaceva pensare a quella gente che moriva.

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