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Alla fine, quando avevo ormai notato che cominciava a farfugliare, aveva fatto una pausa e mi aveva guardato: uno sguardo fisso, anche se le sue pupille iniziavano a restringersi. Se avesse continuato a bere così, sarebbero diventate delle linee a malapena visibili, e lui si sarebbe sbronzato fradicio, un termine simpatico, esattamente appropriato come descrizione.

— Non si tratta di te, Nicky. Non ho niente contro gli alieni. Ti considero un amico. Sono io il problema.

Avevo atteso, in silenzio. Lui aveva fatto un respiro profondo, aveva espirato e poi proseguito.

A volte mi sono chiesto se avevo fatto la cosa giusta quando avevo accettato l’offerta di lavoro di Gwarha. Forse avrei dovuto fare l’eroe e sarei dovuto restare in prigione. Ma se avessi dato retta all’Onore e all’Integrità, non sarei mai stato in quella stanza della stazione di Ata Tsan, ad ascoltare un giovane molto turbato che non provava alcun interesse per gli uomini.

No. Non mi sarei potuto perdere quel momento.

Non aveva mai avuto alcun interesse, aveva detto Matsehar. Per quel che riusciva a ricordare, tutte le sue fantasie sessuali erano state suscitate dalle donne. C’era disperazione nella sua voce. Facevo fatica a trattenermi dal ridere.

Ci aveva provato. La Divinità sapeva se aveva provato a essere come tutti gli altri.

— Se penso alla persona con la quale mi trovo, non funziona. Non riesco a fare l’atto. Se immagino di essere con una donna… — Si era fermato ed era rabbrividito. — Mi sento disonesto. Mi sento… — Aveva usato una bella parola arcaica hwarhath che significava sporco o forse, più precisamente, ricoperto di feci. — Per la maggior parte del tempo, è più facile masturbarsi. Allora, perlomeno, non coinvolgo un’altra persona. Ma mi sento così solo. — Aveva riempito di nuovo la tazza, la mano ormai malferma. — Continuo a pensare… se solo non mi fossi ammalato quando ero giovane.

— Stai dicendo che l’eterosessualità è causata da un’infezione virale del sistema nervoso centrale? È un’idea interessante, Mats, e forse varrebbe la pena d’esplorarla.

Era sembrato sorpreso. — No. Non voglio dire questo. Voglio dire… se avessi avuto una vita normale, se fossi andato a scuola come tutti gli altri.

— Finirai per impazzire cercando di scoprire perché sei quello che sei.

— Tu capisci, vero, Nicky? Provieni da una società in cui questo genere di cosa è normale. Laggiù, non sarei un pervertito.

Mi ero alzato, avevo preso una tazza e gliel’avevo tesa. Matsehar l’aveva riempita. Avevo assaggiato l’halin. Era freddo come il ghiaccio, amaro e forte. Se fossi stato attento, mi avrebbe reso soltanto un po’ brillo. Se non fossi stato attento, mi avrebbe fatto star male per tre giorni. — Mats, non capisco la mia vita, figuriamoci quella di qualcun altro. Devono pur esserci tra il Popolo altri uomini eterosessuali.

Era parso sorpreso. Avevo tradotto la parola direttamente nella lingua principale hwarhath, dove significa in riga, regolare, diretto, eretto e onorabile. — Altri uomini che sono sessualmente anormali. Perché non li cerchi?

— Ne ho trovato qualcuno. Si aggirano attorno agli attori che recitano le parti da donna. Ma cosa possono dirmi? Solo quello che so. Non c’è soluzione al nostro problema.

Aveva continuato a parlare. Non stava più bevendo, ma l’halin stava facendo un effetto sempre più ovvio. Incespicava nelle parole e a volte si fermava, confuso, come se non riuscisse a ricordare cosa aveva detto. Quando aveva sollevato lo sguardo, i suoi occhi erano vuoti, le pupille contratte al punto che non riuscivo a vederle.

C’era un divario troppo grande tra le due facce della cultura hwarhath. Un uomo non aveva modo di incontrare delle donne, se non quelle della sua stirpe, e il Popolo guarda all’incesto con profondo orrore. (Il sesso con animali è una forma relativamente lieve di perversione e… cosa abbastanza interessante… il tipo d’animale non ha importanza. Non è peggio fare del sesso con una giumenta o con una cerva.)

Non esisteva alcuna sottocultura eterosessuale, alcuna sottoclasse di uomini e donne che facessero l’amore insieme.

Matsehar poteva masturbarsi mentre fantasticava su donne immaginarie, che spesso assomigliavano in modo inquietante alle sue cugine femmine. Poteva aggirarsi attorno agli attori che recitavano parti di donne e agli uomini che venivano attratti da loro. A volte, lo faceva, ma sotto i costumi e le pose, gli attori erano uomini. I loro amanti si erano illusi.

— Niente di tutto questo è reale. Nessuno è la persona che vuole essere. Nessuno fa l’amore con la persona con la quale sogna di farlo.

Poteva pensare cose orribili e terrificanti della seduzione e dello stupro.

— Non torno più a casa. Ho paura di diventare come l’uomo di una commedia. Violento. Pazzo.

La situazione aveva smesso di essere umoristica. Il povero ragazzo stava crollando davanti a me, e la cosa che volevo fare… stringerlo e dire: "Via, via, la vita è un inferno" …non era possibile.

— Che cosa vuoi che faccia? — avevo chiesto.

— Non c’è niente che sappia, che possa dire, che mi renda questa situazione più sopportabile?

Perché io?

Perché avevo una prospettiva che nessun altro aveva; perché vedevo la sua cultura dall’esterno; e forse perché vedevo lui come un diverso… un fuorilegge… e vedevo me stesso ancora più al di là dell’intollerabile.

— Mats, posso soltanto dirti di concentrarti su quello che hai. In un certo qual modo, siamo agli opposti. Io ho Gwarha, che immagino sia ciò che tu vuoi: il grande amore… l’intollerabile contro la solitudine… e un corpo caldo nel letto. Credimi, neppure io lo sottovaluto. Ma ho perso la mia famiglia e la mia nazione e la mia specie; e mentre riesco ancora a praticare la mia professione, la mia abilità con la lingua, non posso dare quello che ho imparato alla mia gente. Tu hai il Popolo e la tua stirpe e la tua arte. Non sottovalutare niente di tutto questo.

Lui aveva scosso la testa. — Non mi basta.

— Non ho altro conforto da darti.

Avevamo parlato ancora per un po’. Mats era sempre meno coerente. Alla fine, gli avevo detto che lo avrei riaccompagnato nella sua camera. Non credo che ce l’avrebbe fatta da solo.

C’eravamo andati. Lui aveva sfiorato con la mano la porta che si era aperta, poi si era girato verso di me. — Vorrei poterti amare, Nicky.

Al momento, non era particolarmente attraente. In tutta onestà, non me l’ero sentata di dirgli che mi dispiaceva che fosse eterosessuale. Gli avevo detto di andare a letto. Aveva superato la soglia, barcollando. La porta si era chiusa. Mi ero guardato attorno finché non avevo scoperto la telecamera che copriva quella parte di corridoio. Inutile illudersi. Ci aveva ripresi.

Ero tornato nella mia parte della stazione. Una luce color ambra si era accesa accanto alla porta che dalle mie stanze portava in quelle di Gwarha. Significava che dalla sua parte era aperta. Un invito. Ero entrato.

Lui era disteso sul divano, nella stanza principale, e indossava il costume standard che un hwarhath maschio portava in casa. Un indumento a metà tra il kimono e l’accappatoio e il più sgargiante possibile. Non ricordo quale indossasse quella sera. Ne aveva molti, doni perlopiù delle parenti donne che lo adoravano. Diciamo che era di broccato color vino, risultato di molti riciclaggi, ma ai suoi tempi molto sgargiante. Nel disegno, dei mostri si contorcevano tra i fiori, e c’era un ricamo dorato sulle maniche e sul bordo.

Aveva sollevato lo sguardo quando ero entrato e aveva posato il piccolo computer piatto da lettura. — Come dite voi umani? Se non ti conoscessi bene, direi che ti sei ubriacato.

— Matsehar è venuto a trovarmi. Lui si è ubriacato. Io sono solo un po’ brillo. Credo di essermi fermato in tempo, ma Mats starà male come un piccolo animale domestico sulla Terra.

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