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«E il tuo nutrimento è la morte» disse Shadow.

Adesso gli sembrava di riuscire a vedere Wednesday. Era una sagoma fatta di tenebra che diventava visibile soltanto quando Shadow distoglieva lo sguardo e ne coglieva la forma con la coda dell’occhio. «Mi nutro della morte che mi viene dedicata» disse Wednesday.

«Come la mia sull’albero.»

«Quella era una cosa speciale.»

«Anche tu ti nutrì di morte?» chiese Shadow a Loki.

Loki scosse debolmente la testa.

«No, ovviamente no. Il tuo nutrimento è il caos.»

Loki sorrise, un rapido sorriso sofferente, mentre negli occhi, con guizzi rapidi come quelli del pizzo che brucia nel fuoco, gli danzavano ancora fiamme arancioni.

«Senza di te non ce l’avremmo fatta» disse Wednesday da un angolo di visuale. «Sono stato con tante donne…»

«Avevi bisogno di un figlio.»

La voce di Wednesday risuonò come un’eco. «Avevo bisogno di te, ragazzo mio. Sì. Mio figlio. Sapevo che eri stato concepito, ma tua madre aveva lasciato il paese. Impiegammo molto tempo a ritrovarti. E quando ti ritrovammo eri in prigione. Dovevamo scoprire che cosa ti faceva muovere, quali tasti premere per riuscire a coinvolgerti, scoprire chi eri.» Loki sembrò per un momento soddisfatto di sé. «Avevi una moglie da cui tornare. Un ostacolo superabile.»

«Non era la donna adatta per te» continuò Loki in un sussurro. «Stavi meglio senza di lei.»

«Se solo non fosse stato necessario farla soffrire» disse Wednesday, e questa volta Shadow capì che cosa aveva inteso dire la prima volta.

«E se avesse avuto la… grazia… di restare morta» ansimò Loki. «Wood e Stone erano due bravi ragazzi. Ti sarebbe stata data una possibilità di fuga dal treno durante l’attraversamento del Dakota…»

«Dov’è Laura?» chiese Shadow.

Loki allungò un braccio e indicò il fondo della grotta.

«È andata da quella parte» disse, poi, senza preavviso, ricadde a faccia in giù sul pavimento.

Shadow allora vide ciò che la coperta gli aveva tenuto nascosto, la pozza, il buco nella schiena, l’impermeabile inzuppato che da chiaro era ormai diventato nero di sangue. «Che cos’è capitato?»

Loki non rispose.

Secondo Shadow non avrebbe mai più parlato.

«Gli è capitata tua moglie, figlio mio» rispose la voce lontana di Wednesday. Adesso era diventato più difficile vederlo, come se stesse sbiadendo nell’etere. «Ma la battaglia lo riporterà indietro. Come riporterà indietro me. Io sono un fantasma, e lui è cadavere. Comunque abbiamo vinto: il gioco era truccato.»

«I giochi truccati» gli ricordò Shadow «sono i più facili da battere.»

Non arrivò nessuna risposta e niente si mosse nell’ombra.

«Addio» disse, e poi aggiunse, «padre.» A quel punto la grotta era deserta. Completamente deserta.

Shadow tornò alla Seven States Flag Court e non trovò nessuno neanche lì, soltanto il rumore delle bandiere sferzate dal vento. Non c’erano persone armate di spade al Thousand-Ton Balanced Rock e nessuno a difendere il ponte Swing-a-long. Era solo.

Non c’era niente da vedere. Il luogo era deserto. Un campo di battaglia vuoto.

No. Non vuoto. Non esattamente.

Era Rock City, dopotutto, un luogo dove per migliaia di anni la gente era andata a pregare e a rendere grazie; oggi i turisti che percorrevano a milioni i sentieri tra i giardini e superavano barcollando il ponte facevano lo stesso effetto dell’acqua che fa girare milioni di ruote di preghiera. La realtà in quel luogo era soltanto apparente. Shadow sapeva dove si stava svolgendo la battaglia.

Perciò riprese a camminare. Ricordando come si era sentito sulla giostra, cercando di sentirsi di nuovo così…

Ricordò come aveva sterzato il volante della Winnebago per buttarla fuori strada ad angolo retto. Provò a ritrovare quella sensazione…

Accadde con facilità, in maniera perfetta.

Fu come spingere una membrana, come riemergere in superficie dall’acqua. Gli era bastato un passo per trasferirsi dal sentiero dei turisti sulla montagna a…

Alla realtà dietro le quinte.

Era sempre sulla montagna, questo rimaneva uguale, però era molto di più, era una vetta quintessenziale, la vera natura della vetta. Paragonata a quel luogo, la Lookout Mountain che aveva appena lasciato era un fondale dipinto, un modellino in cartapesta visto alla televisione… nient’altro che la rappresentazione, non la cosa in sé.

Questo era un luogo vero al cento per cento.

Le pareti rocciose formavano un anfiteatro naturale, i sentieri di pietra lo attraversavano e lo circondavano creando tortuosi ponti naturali che zigzagavano fra le pareti rocciose come in un disegno di Escher.

E il cielo…

Il cielo era scuro. Era illuminato, in realtà, e il mondo sotto risultava rischiarato da una striscia bianco verdognola più abbagliante del sole che si biforcava come uno squarcio luminoso.

Era un fulmine, si rese conto. Un lampo raggelato per sempre. La luce che gettava era dura e spietata: sbiancava le facce, scavava occhiaie profonde.

La tempesta infuriava.

I paradigmi stavano cambiando, lo sentiva. Il vecchio mondo, un mondo di infinita vastità, risorse illimitate e futuro, veniva messo a confronto con qualcosa di diverso, una rete di energie, di opinioni, di abissi.

La gente crede, pensò. È così che fanno gli uomini. Credono. E poi non si prendono la responsabilità della propria fede; evocano le cose e non si fidano delle evocazioni. Popolano le tenebre di spettri, dèi, elettroni, storie. La gente immagina e crede: ed è questa fede, questa fede solida come la roccia che fa accadere le cose.

La cima della montagna era un’arena, se ne accorse subito, e li vide schierati sui due fronti opposti.

Erano troppo grandi. Tutto era troppo grande in quel luogo.

C’erano i vecchi dèi: divinità con la carnagione scura come funghi secchi o rosea come la carne del pollo o gialla come le foglie d’autunno. Alcuni erano matti e alcuni erano sani. Shadow li riconobbe: li aveva già incontrati, loro o altri simili a loro. C’erano ifrit e pixy, nani e giganti. Vide la donna intravista nella camera buia della casa nel Rhode Island, con la massa di riccioli serpeggianti. Vide Mama-ji, conosciuta sulla giostra, con le mani coperte di sangue e un sorriso sulle labbra. Li conosceva tutti.

Riconobbe anche quelli nuovi, però.

C’era un uomo con un vestito di foggia antiquata e l’orologio da taschino che doveva essere un magnate della ferrovia. Aveva l’aria di non passarsela troppo bene. Gli si contraeva la fronte.

C’erano i grandi dèi grigi degli aeroplani, eredi dell’antico sogno di far volare qualcosa di più pesante dell’aria.

C’erano le divinità delle automobili: un contingente numeroso dall’aria seria, con il sangue sui guanti neri e sui denti cromati: destinatari di sacrifici umani su una scala mai sognata dai tempi degli aztechi. Anche loro sembravano a disagio. I mondi cambiano.

Altri avevano le facce come macchie fosforescenti: brillavano leggermente come di luce propria.

Shadow provò pena per tutti.

I nuovi ostentavano una certa arroganza, era evidente. Comunque avevano paura.

Temevano che se non fossero riusciti a tenere il passo con il mondo che cambia, se non fossero riusciti a ricreare, ridisegnare e ricostruire il mondo a loro immagine, sarebbero ben presto passati di moda.

I due eserciti si fronteggiavano con coraggio. Per ciascuno schieramento i nemici erano demoni, mostri, dannati.

Shadow notò che c’era stata una scaramuccia, le rocce erano già sporche di sangue.

Si stavano preparando per la battaglia vera, per lo scontro finale. Adesso o mai più, pensò. Se non si muoveva ora sarebbe stato troppo tardi.

In America tutto dura per sempre, disse una voce nel ricordo. Gli anni Cinquanta sono durati mille anni. Hai tutto il tempo che vuoi.

Shadow entrò nell’arena con un passo che era a metà disinvolto e a metà malfermo.

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