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Lei non rispose subito. Aveva le labbra piene, ma molto pallide. «Io non lo vedevo mai. Dormivo.»

«È una malattia?»

Lei non rispose. Quando scrollò le spalle, se le scrollò, lo fece in maniera impercettibile. «Dunque. Volevi sapere che cosa stavo guardando.»

«L’Orsa Maggiore.»

Lei alzò un braccio per indicarla e il vento le incollò la camicia da notte sul corpo. I capezzoli, ogni millimetro di pelle d’oca sul seno furono per un momento visibili, scuri contro il cotone bianco. Shadow ebbe un brivido.

«Il Grande Carro di Odino, lo chiamano. Oppure Orsa Maggiore. Nel posto da dove vengo io crediamo che ci sia una cosa, una… non una divinità ma qualcosa di simile, una creatura cattiva, incatenata a quelle stelle. Se scappasse si mangerebbe tutto il mondo. E perciò ci sono tre sorelle che giorno e notte sorvegliano il cielo senza sosta. Se si liberasse, quella cosa tra le stelle, il mondo finirebbe, puf, così.»

«E la gente ci crede?»

«Ci credeva. Tanto tempo fa.»

«E tu guardavi per cercare di individuare il mostro incatenato alle stelle?»

«Sì. Qualcosa del genere.»

Shadow sorrise. Se non ci fosse stato quel gran freddo, pensò, avrebbe creduto di sognare. Sembrava tutto un sogno.

«Ti posso chiedere quanti anni hai? Le tue sorelle sembrano molto più anziane di te.»

Lei annuì. «Sono la più giovane. Utrennjaja Zarja è nata al mattino, e Vechernjaja Zarja di sera, io invece sono nata a mezzanotte. Sono la sorella della mezzanotte, Polunochnaja Zarja. Sei sposato?»

«Mia moglie è morta. È morta la settimana scorsa in un incidente di macchina. C’è stato il funerale ieri.»

«Mi dispiace.»

«Ieri notte è venuta a trovarmi.» Non era stato difficile dirlo; nell’oscurità, con la luna, non era impensabile come alla luce del giorno.

«Le hai chiesto che cosa voleva?»

«No. Non gliel’ho chiesto.»

«Forse dovresti. È la cosa più saggia da chiedere ai morti. Qualche volta te lo dicono. Vechernjaja Zarja mi ha raccontato che hai giocato a dama con Chernobog.»

«Sì. Ha vinto il diritto di darmi una mazzata in testa.»

«Nei tempi antichi portavano la gente in cima alla montagna. Sulle vette più alte. Lì gli fracassavano la nuca con una pietra. In onore di Chernobog.»

Shadow si guardò intorno. No, erano proprio soli, sul tetto.

Polunochnaja Zarja rise. «Non è qui, sciocco. E anche tu hai vinto una partita. Forse non colpirà fino a quando non sarà tutto finito. Ha detto che non lo avrebbe fatto. E tu te ne accorgerai. Come le mucche che uccideva al macello. Se ne accorgevano sempre. Altrimenti che senso avrebbe?»

«Mi sento» cominciò Shadow «come in un mondo con una logica tutta sua. Con regole proprie. Come quando sogni, e sai che ci sono regole che non puoi infrangere. Anche se non sai che cosa significhino. Seguo la corrente, capisci?»

«Capisco» disse lei. Gli afferrò una mano con la sua, fredda gelata. «Ti è già stata data una protezione. Ti è stato dato il sole. Ma l’hai perso subito. L’hai dato via. Quello che ti posso dare io offre una protezione minore. È la figlia, non il padre. Comunque può sempre servire. La vuoi?» Il vento freddo le faceva svolazzare i capelli intorno al viso.

«Devo fare a pugni con te? Sfidarti a dama?»

«Non mi devi nemmeno baciare» rispose lei. «Prendi soltanto la luna.»

«Come?»

«Prendi la luna.»

«Non capisco.»

«Guarda» disse Polunochnaja Zarja. Alzò la mano sinistra e la tenne ferma davanti alla luna come se volesse afferrarla tra pollice e indice. Poi, con un movimento delicato, la colse. Per un istante sembrò che l’avesse staccata davvero dal cielo, ma Shadow vide che la luna continuava a brillare mentre Polunochnaja Zarja apriva la mano per mostrare un dollaro d’argento con la testa della Statua della Libertà.

«Stupendo» disse Shadow. «Non ho visto come hai fatto. E non conosco il trucco.»

«Non c’è nessun trucco» disse lei. «L’ho presa. E adesso la do a te, perché ti protegga. Tieni. Non dare via anche questa.»

Gli appoggiò la moneta sul palmo della mano destra e gli richiuse le dita intorno. La moneta era fredda. Polunochnaja Zarja si protese, gli chiuse gli occhi con un dito e lo baciò leggermente sulle palpebre.

Quando si risvegliò Shadow era sul divano vestito di tutto punto. Una lama di luce entrava dalla finestra facendo danzare il pulviscolo nella stanza.

Si alzò e si avvicinò alla finestra. Alla luce del sole la stanza sembrava molto più piccola.

Si rese conto di cosa lo inquietava fin dalla notte precedente, mentre guardava fuori e dall’altra parte della strada. Non c’era nessuna scala antincendio fuori da quella finestra: nessun balcone, nemmeno un rugginoso scalino di metallo.

Eppure in mano stringeva una rara moneta d’argento da un dollaro del 1922 con la testa della Libertà, lucida come il giorno in cui era stata coniata.

«Oh. Ti sei alzato» disse Wednesday infilando la testa nella stanza. «Bene. Vuoi un caffè? Dobbiamo andare a rapinare una banca.»

L’arrivo in America

1721

È importante capire, scrisse il signor Ibis nel suo diario rilegato in pelle, che la storia americana è un frutto della fantasia, ingenuo schizzo a carboncino fatto per i bambini, o per chi si annoia facilmente. Per la massima parte non verificata, né immaginata o pensata, bensì pura rappresentazione della cosa, non la cosa in sé. Una buona invenzione, continuò fermandosi soltanto per intingere la penna nel calamaio e raccogliere i pensieri, che l’America sia stata fondata dai pellegrini in cerca della libertà di fede venuti nelle Americhe per moltiplicarsi e diffondersi e occupare dello spazio vuoto.

In verità, le colonie americane erano la discarica della società, oltre che meta di fuga e di oblio. All’epoca in cui a Londra si veniva mandati al patibolo per aver rubato dodici penny, le Americhe divennero simbolo di clemenza, di una seconda possibilità. Ma le condizioni della deportazione erano talmente dure che qualcuno trovava più semplice fare un salto da quell’albero spoglio e sgambettare nel vuoto una volta per tutte. Deportazione, la chiamavano: per cinque, dieci anni, per tutta la vita. Questa era la condanna.

Venivi venduto a un comandante, e sulla sua nave, piena come una nave negriera, viaggiavi fino alle colonie o alle Indie Occidentali; una volta a terra ti vendeva come servo a contratto a chiunque volesse ripagarsi il costo della tua pellaccia in lavoro fino alla scadenza della pena che dovevi scontare. Ma perlomeno non restavi in una prigione inglese ad aspettare di essere impiccato (perché all’epoca le prigioni erano luoghi di transito in attesa di liberazione, deportazione, o impiccagione, non vi si scontava una condanna) ed eri libero di approfittare del nuovo mondo. Eri anche libero di corrompere un comandante e farti riportare in Inghilterra prima della scadenza del termine. Succedeva. E se le autorità ti beccavano in patria — se un vecchio nemico, o un vecchio amico con un conto in sospeso ti vedevano e facevano la spia — allora venivi impiccato sui due piedi.

Mi torna in mente, continuò Ibis dopo una breve pausa durante la quale riempì il calamaio con l’inchiostro scuro che teneva nella bottiglia dentro l’armadio e intinse la penna, la vita di Essie Tregowan, nata in un freddo villaggio in cima a una scogliera della Cornovaglia, nel Sudovest dell’Inghilterra, dove la sua famiglia viveva da tempo immemorabile. Suo padre era pescatore, e si diceva che fosse uno di quelli che provocavano i naufragi a scopo di saccheggio, quelli che quando la burrasca infuriava appendevano le lampade sulle rupi più alte per far schiantare le navi sugli scogli e depredarne le merci che trasportavano. La madre di Essie lavorava come cuoca nella casa del principale possidente della zona, e a dodici anni anche Essie cominciò a lavorare in cucina, come sguattera. Era una cosetta piccola e magra, con grandi occhi scuri e capelli castani; non una gran lavoratrice, cercava sempre di scappare per andare ad ascoltare favole e racconti, se c’era in giro qualcuno a raccontarli: storie di pixy e spriggan, dei cani neri delle brughiere e delle sirene della Manica. E benché il signorotto ne ridesse, ogni sera i servi mettevano un piattino di porcellana con la panna, davanti alla porta della cucina, per i pixy.

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