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Un’automobile blu della polizia era ferma sul ciglio della strada e Shadow parcheggiò subito dietro. A bordo c’erano due poliziotti che bevevano caffè dai coperchi dei thermos. Non avevano spento il motore per tenere acceso il riscaldamento. Shadow picchiò sul finestrino.

«Che c’è?»

«Mi manda l’impresa di pompe funebri.»

«Stiamo aspettando il medico legale» disse il poliziotto. Shadow si domandò se fosse lo stesso che gli aveva parlato sotto il ponte. L’uomo, di colore, scese dalla macchina lasciando il collega al volante e accompagnò Shadow verso i bidoni dell’immondizia. Mad Sweeney era seduto nella neve vicino a un bidone. In grembo aveva una bottiglia verde; faccia, berretto e spalle erano coperti da uno strato sottile di neve. Non dava segni di vita.

«Ubriaco morto» disse il poliziotto.

«Così parrebbe» rispose Shadow.

«Non toccare niente» disse il poliziotto. «Il medico legale dovrebbe arrivare da un momento all’altro. Se vuoi la mia opinione questo qui era ubriaco perso e si è congelato il culo.»

«Sì» convenne Shadow. «A vederlo sembrerebbe proprio così.»

Si accovacciò davanti a Sweeney e guardò l’etichetta della bottiglia. Whiskey irlandese Jameson: un biglietto da venti dollari di sola andata. Una piccola Nissan verde si fermò e ne scese un uomo di mezza età dall’aria esausta, con i capelli e i baffi brizzolati. Si avvicinò al corpo e lo toccò sul collo. Il suo lavoro consiste nel prendere a calci il cadavere, pensò Shadow. Se il cadavere non glieli restituisce, allora lui…

«È morto» dichiarò il medico. «Sapete chi è?»

«Tizio o Caio» rispose il poliziotto.

Il medico legale guardò Shadow. «Lei lavora per Jacquel Ibis?»

«Sì.»

«Dica a Jacquel di prendere il calco dei denti e le impronte digitali, oltre alle foto. Dell’autopsia non c’è bisogno. Basta un esame del sangue per le analisi tossicologiche. Ha capito? Vuole che glielo scriva?»

«No» disse Shadow. «Va bene così. Me lo ricordo.»

L’uomo aggrottò per un istante le sopracciglia, poi prese dal portafogli un biglietto da visita, vi scrisse qualcosa e glielo diede. «Lo dia a Jacquel» disse, aggiunse «Buon Natale a tutti» e se ne andò. I poliziotti si tennero la bottiglia vuota.

Shadow firmò per il ritiro di Tizio e lo adagiò sulla barella. Il corpo era molto rigido e Shadow non riuscì a smuoverlo dalla posizione seduta. Manovrò la barella in modo da rialzarne un’estremità e vi legò Tizio seduto in fondo al carro con la faccia rivolta nel senso di marcia. Avrebbe viaggiato bene lo stesso. Chiuse le tendine e partì diretto verso l’impresa di pompe funebri.

Il carro era fermo a un semaforo quando Shadow sentì una voce gracchiare: «E la veglia la voglio fatta come si deve, con tutto il meglio e donne bellissime che piangono e si strappano le vesti per il dolore e gli uomini più coraggiosi che mi ricordano narrando le mie gesta dei bei tempi».

«Sei morto, Mad Sweeney» disse Shadow. «I morti si devono accontentare.»

«Ahimè, dovrò per forza» sospirò il cadavere seduto in fondo al carro funebre. Adesso nella sua voce non si sentiva più il tono lamentoso da drogato e c’era invece una rassegnazione laconica; come se le parole giungessero via radio da molto, molto lontano, parole morte trasmesse su una frequenza morta.

Il semaforo diventò verde e Shadow appoggiò delicatamente il piede sul pedale dell’acceleratore. «Ma fammi lo stesso una veglia» disse Mad Sweeney. «Metti un posto a tavola anche per me e fammi una bella veglia alcolica. Mi hai ammazzato, Shadow. Me lo devi.»

«Non ho fatto niente del genere, Sweeney» rispose Shadow. Venti dollari, pensò, per un biglietto di sola andata lontano da qui. «Sono stati il freddo e il whiskey a ucciderti, non io.»

Non seguì nessuna risposta e il resto del tragitto si svolse in silenzio. Dopo aver parcheggiato, Shadow spinse la barella dentro l’obitorio. Rovesciò Mad Sweeney sul tavolo come se fosse un quarto di bue.

Lo coprì con un lenzuolo e lo lasciò lì con accanto le carte della polizia. Salendo le scale gli sembrò di sentire una voce, bassa e soffocata, come una radio accesa in una stanza lontana, che gli diceva: «E come avrebbero potuto whiskey e freddo uccidere me, un leprecauno di pura razza? No, è stata la perdita di quel piccolo sole d’oro a uccidermi, Shadow, a uccidermi per sempre, sicuro com’è sicuro che l’acqua è bagnata e i giorni lunghi e com’è sicuro che prima o poi c’è un amico che finisce per deluderti».

Shadow avrebbe voluto far notare a Mad Sweeney che quella era una filosofia molto amara, ma aveva il sospetto che il fatto d’essere morto amareggiasse chiunque.

Salì nella casa affollata di signore di mezza età indaffarate a coprire con la pellicola di plastica le casseruole con gli avanzi degli sformati, a tappare i contenitori di plastica pieni di patate fritte ormai fredde e di pasta al forno.

Il signor Goodchild, consorte della defunta, aveva messo il signor Ibis con le spalle al muro e gli stava raccontando di non essere sorpreso che nessuno dei figli fosse venuto a dire addio alla madre. Le mele non cadono lontano dagli alberi, ripeteva a chiunque lo volesse ascoltare. Le mele non cadono lontane dagli alberi.

Quella sera Shadow aggiunse un posto a tavola. Davanti a ogni piatto sistemò un bicchiere e in mezzo al tavolo una bottiglia di Jameson Gold. Era il whiskey irlandese più costoso che fosse riuscito a trovare nel negozio di liquori. Finito di cenare (con un grande vassoio pieno d’avanzi lasciati dalle pie donne), Shadow versò nei bicchieri una dose generosa di liquore; nel suo, in quello di Ibis, di Jacquel e di Mad Sweeney.

«Che importa se è seduto sulla barella nel sotterraneo» disse mentre versava il whiskey «in attesa di essere sepolto in una fossa comune? Questa sera brinderemo a lui e gli faremo la veglia che desiderava.»

Shadow alzò il bicchiere in un brindisi in direzione del posto vuoto. «L’ho incontrato solo due volte, da vivo. La prima ho pensato che fosse uno stronzo di prima categoria e anche un pazzo forsennato. La seconda mi è sembrato un rovinato totale e gli ho dato i soldi per uccidersi. Mi ha insegnato un trucco con le monete che non riesco a ricordare, mi ha lasciato qualche livido in ricordo e diceva di essere un leprecauno. Riposa in pace, Mad Sweeney.» Sorseggiò il whiskey assaporandone il gusto affumicato. Gli altri due bevvero con lui dopo aver brindato al posto vuoto.

Il signor Ibis infilò una mano in tasca e ne estrasse un quaderno che sfogliò fino alla pagina che cercava, dalla quale lesse un succinto resoconto della vita di Sweeney.

Secondo Ibis, Mad Sweeney aveva esordito più di tremila anni prima come guardiano di una roccia sacra in una piccola radura irlandese. Raccontò le faccende amorose di Sweeney, le sue inimicizie, la follia che gli dava potere («sì narra anche una versione più tarda delle sue gesta, benché la sua natura sacra, l’origine antica e gran parte dei versi dell’epopea siano stati dimenticati da tempo immemorabile»), parlò del culto di Mad Sweeney che nel luogo d’origine si era a poco a poco trasformato in un cauto rispetto, poi in un atteggiamento divertito; raccontò della ragazza di Bantry che era venuta nel Nuovo Mondo portando con sé la fede in Mad Sweeney il leprecauno, perché una notte l’aveva visto vicino allo stagno, e non le aveva forse sorriso chiamandola per nome? La ragazza aveva dovuto emigrare viaggiando nella stiva di una nave zeppa di gente che aveva visto le proprie patate diventare una nera poltiglia nei campi, che aveva visto amici e amanti morire di fame, che sognava una terra di pance piene. In particolare la ragazza di Bantry sognava una città dove una giovane donna potesse guadagnare a sufficienza per far venire tutta la famiglia nel Nuovo Mondo. Molti irlandesi venuti in America si definivano cattolici, anche se del catechismo non sapevano niente, anche se di religioso conoscevano soltanto la Bean Sidhe, la banshee, lo spirito di donna il cui lamento era presagio di morte, e Saint Bride, che una volta era Bridget delle due sorelle (tutte e tre erano Brigid, una e trina) e le storie di Finn, di Oisin, di Conan il calvo, perfino dei leprecauni, i mezzi uomini (senso dell’umorismo irlandese, visto che all’epoca i leprecauni erano più alti della gente dei tumuli)…

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