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L’uomo annuì. «Deve fare reclamo presso le autorità competenti. Il nostro compito è portarlo in sede.»

Chad era irritato. Si voltò verso Shadow. «D’accordo» disse. «L’uscita sulla rampa è di là.»

«Come?»

«Di là. Si arriva direttamente alla macchina.»

Liz aprì con le chiavi. «Faccia in modo che quest’uniforme arancione torni da dove è venuta» disse. «La divisa dell’ultimo delinquente che abbiamo spedito a Lafayette non è più tornata. La contea le paga.» Spinsero Shadow oltre la soglia dove li aspettava una macchina con il motore acceso. Era una berlina nera, non l’automobile del dipartimento dello sceriffo. Un altro agente, brizzolato e con i baffi, stava fumando una sigaretta in piedi vicino alla macchina. Vedendoli arrivare la spense sotto una scarpa e aprì la portiera posteriore per far salire Shadow.

Salì a fatica, impacciato dalle manette e dai ceppi. Non c’era nessuna griglia divisoria nell’abitacolo.

I due uomini dello sceriffo salirono davanti. Quello di colore si era messo al volante. Aspettava che gli aprissero il portone.

«Dai, sbrigati» disse, tamburellando con le dita sul volante.

Chad Mulligan picchiò su un finestrino. L’agente bianco diede un’occhiata al collega e poi abbassò il vetro. «Non si fa così» disse Chad. «Volevo soltanto dire questo.»

«Abbiamo preso nota delle sue opinioni e le trasmetteremo a chi di dovere» rispose l’uomo al volante.

Le porte sul mondo esterno si spalancarono. Stava ancora nevicando, una macchia confusa alla luce dei fanali. L’agente alla guida accelerò e imboccò la strada che portava su Main Street.

«Hai saputo di Wednesday?» chiese. Adesso la sua voce suonava diversa, più vecchia, e familiare. «E morto.»

«Sì. Lo so» rispose Shadow. «L’ho visto alla Tv.»

«Quei bastardi» disse l’agente di razza bianca. Erano le sue prime parole, pronunciate con una voce roca e un forte accento, una voce familiare come quella dell’autista. «Te lo dico io cosa sono quelli, bastardi e figli di puttana.»

«Grazie di essere venuti a prendermi.»

«Figurati» disse l’uomo al volante. Alla luce dei fanali di un’automobile che veniva in senso contrario sembrava già più vecchio. E più piccolo. L’ultima volta che Shadow l’aveva visto indossava un paio di guanti giallo limone e una giacca a quadretti. «Eravamo a Milwaukee. Quando è arrivata la chiamata di Ibis ci siamo messi a correre come matti.»

«Credi che gli permetteremmo di sbatterti dentro e spedirti sulla sedia elettrica quando io sono ancora qui che aspetto di spaccarti la testa con la mia mazza?» chiese tetramente l’altro mentre rovistava in una tasca in cerca delle sigarette. Aveva un accento dell’Europa dell’Est.

«Il vero casino scoppierà tra meno di un’ora» disse il signor Nancy, sempre più simile a se stesso ormai, «quando arriveranno a prenderti davvero. Usciamo prima di imboccare la Highway 53: ti leviamo quei cosi e tu ti rivesti.» Chernobog mostrò la chiave per aprire le manette e i ceppi e sorrise.

«Mi piace con i baffi» gli disse Shadow. «Le stanno bene.»

Chernobog li accarezzò con un polpastrello giallo di nicotina. «Grazie.»

«È proprio morto, Wednesday? Non è uno scherzo, vero, o qualcosa del genere?»

Si rese conto solo in quel momento di essersi aggrappato a una speranza, una folle speranza. Ma l’espressione di Nancy gli disse tutto quello che c’era da sapere e anche l’ultima speranza svanì.

L’arrivo in America

14.000 a.C.

Quando ebbe la visione faceva freddo ed era buio, perché all’estremo Nord la luce era un grigiore fugace a metà di giornate che cominciavano, e finivano, tutte uguali: un interludio tra due oscurità.

Non si potevano definire, secondo i parametri di allora, una tribù numerosa: erano i nomadi delle Pianure Settentrionali. Avevano un dio, il cranio di un mammut, e la sua pelle, trasformata in un rozzo mantello. Nunyunnini, lo chiamavano. Quando non erano in viaggio lo tenevano su una piattaforma di legno, ad altezza d’uomo.

Lei era la sacerdotessa, guardiana dei segreti della divinità, e si chiamava Atsula, la volpe. Atsula precedeva i due uomini che portavano il dio su lunghi bastoni, avvolto in pelli d’orso perché occhi profani non lo vedessero in epoche considerate poco propizie.

Piantavano le loro tende ovunque, nella tundra. La più bella, fatta con pelli di caribù, era la tenda sacra e in quel momento accoglieva quattro membri della tribù: Atsula la sacerdotessa, Gugwei l’anziano, Yanu, il capo dei guerrieri, e Kalanu la guida. Li aveva convocati Atsula il giorno dopo aver avuto la visione.

Con la mano sinistra rattrappita, Atsula gettò dei licheni nel fuoco, e poi qualche foglia secca: il fumo che si alzò dalle fiamme faceva lacrimare gli occhi e aveva un odore acre e strano. Poi prese una tazza di legno dalla piattaforma e la porse a Gugwei. Dentro c’era un liquido giallo scuro.

Atsula aveva trovato i funghi pungh — ogni esemplare dotato di sette macchie, come solo una sacerdotessa sapeva trovare — li aveva raccolti nelle notti senza luna, e li aveva fatti essiccare su una striscia di cartilagine di daino.

La sera precedente, prima di dormire, ne aveva mangiati tre. I suoi sogni erano stati confusi, spaventosi, popolati di luci violente e improvvise, di montagne rocciose con lampi puntati verso il cielo come ghiaccioli. Durante la notte si era svegliata immersa in un bagno di sudore. Accovacciata sopra la tazza di legno l’aveva riempita di urina. Poi aveva messo la tazza fuori, nella neve, ed era tornata a dormire.

Al risveglio aveva tolto lo strato di ghiaccio dalla tazza dove era rimasto un liquido molto concentrato.

Era quel liquido che stava offrendo agli altri, prima a Gugwei, poi a Yanu e Kalanu. Ne presero tutti un gran sorso, poi toccò a lei. Versò ciò che restava per terra davanti al dio, una libagione a Nunyunnini.

Rimasero seduti nella tenda fumosa in attesa che la divinità parlasse. Fuori, nelle tenebre, il vento gemeva e ansimava.

Kalanu, la guida, era una donna che vestiva e si comportava come un maschio: si era perfino presa Dalani, una fanciulla di quattordici anni, in moglie. Kalanu chiuse le palpebre con forza, poi si alzò e si avvicinò al cranio del mammut. Si infilò sotto il mantello in modo da entrare con la testa nel teschio.

«C’è il male nella nostra terra» disse Nunyunnini con la voce di Kalanu. «Un male di tale portata che se resterete nella terra delle vostre madri e delle madri delle vostre madri perirete tutti.»

I tre che ascoltavano reagirono con un borbottio.

«Sono i mercanti di schiavi? Oppure i grandi lupi?» chiese Gugwei dai lunghi capelli bianchi, con il volto rugoso come la corteccia grigia di un biancospino.

«Non sono i mercanti di schiavi» rispose Nunyunnini, antico idolo. «Non sono i grandi lupi.»

«È una carestia? Sta arrivando un’epoca di carestia?» insisté Gugwei.

Nunyunnini taceva. Kalanu uscì dal cranio e dal mantello e aspettò con gli altri.

Toccò a Gugwei nascondersi sotto il manto e infilare la testa dentro il teschio.

«Non è una carestia come ne avete conosciute» disse Nunyunnini attraverso la bocca di Gugwei, «anche se la carestia verrà.»

«Allora cosa sarà?» domandò Yanu. «Io non ho paura. L’affronterò. Abbiamo lance, e pietre. Avremo la meglio anche su cento guerrieri invincibili. Li condurremo negli acquitrini e lì, con le nostre pietre, spaccheremo loro la testa.»

«Non è faccenda d’uomini» disse Nunyunnini con la vecchia voce di Gugwei. «Arriverà dal cielo, e né le tue lance né le tue pietre potranno niente.»

«Come faremo a proteggerci?» chiese Atsula. «Ho visto fiamme nel cielo. Ho udito rumori più assordanti del tuono. Ho visto foreste rase al suolo e fiumi in ebollizione.»

«Ahi…» disse Nunyunnini, ma non aggiunse altro. Gugwei uscì dal cranio del mammut piegandosi a fatica, perché era un uomo anziano, con le articolazioni gonfie e rigide.

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