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È una domanda sciocca, penso. È ovvio che il posto al quale i gruppi si attaccano dipende dalla loro configurazione e dalla carica che portano. Le vedo chiarissime nella mia mente, le configurazioni informi con intorno la nuvola della carica positiva o negativa. Ma non dirò a Tom che la domanda è sciocca. Ricordo i paragrafi del testo che spiegavano il fenomeno, ma credo lui voglia sentirmi esprimere con parole mie. Così mi spiego il più chiaramente possibile, senza ricorrere nemmeno a una frase del testo.

— E hai imparato tutto questo dopo aver letto il testo… quante volte?

— Una — dico. — Ma alcuni paragrafi due volte.

— Diavolo — esclama Tom. — Lucia… hai idea di come lavorino duramente tanti studenti per imparare questa roba?

Ma imparare non è duro; è il non imparare che è duro. — È facile vedere queste cose nella propria mente — dico. — E i testi avevano illustrazioni.

— Straordinaria memoria visiva — mormora Lucia.

— Anche con le illustrazioni e con le animazioni in video, la maggior parte degli studenti passa i suoi guai con la chimica organica — mi spiega Tom. — E tu ne hai imparata tanta leggendo testi una volta sola… Lou, tu ci hai imbrogliati. Sei un genio.

— Può trattarsi di un'abilità parziale — dico. Il termine che Tom ha applicato a me mi fa paura. Se lui pensa che io sia un genio, forse non vorrà più farmi esercitare con il gruppo.

— Abilità parziale un corno — insiste Lucia. Pare irritata, e io mi sento piccolo piccolo. — Oh, Lou, non ce l'ho con te… Ma il concetto di abilità parziale è così… antiquato. Ognuno di noi ha punti di forza e debolezze; ognuno di noi ha capacità che si estendono in un campo e non in un altro. Studenti di fisica che prendono voti altissimi in meccanica guidano un'automobile come cani, e così via.

— Comunque io credo che dipenda tutto dalla memoria — dico, ancora inquieto. — Io posso imparare a memoria con grande facilità.

— Spiegare le cose con parole tue non significa imparare a memoria — mi corregge Tom. — Conosco il testo che hai trovato on-line… Sai, Lou, non mi hai mai chiesto cosa faccio per vivere.

Sobbalzo: è vero. Non gli ho mai chiesto che lavoro faccia, non mi viene mai in mente di chiedere alla gente che lavoro fa. Ho conosciuto Lucia alla clinica, perciò so che è medico; ma Tom?

— Che lavoro fai?

— Insegno all'università — dice. — Ingegneria chimica.

— Sei un insegnante? — chiedo.

— Già. Ho due corsi per laureandi e un corso per quelli che aspirano al dottorato. Perciò so cosa pensano gli alunni della chimica organica. E so come ne parlano gli alunni che la capiscono rispetto a quelli che non la capiscono.

— Così tu credi che io la capisca davvero?

— Lou, si tratta della tua mente. Pensi di capirla?

— Credo di sì, ma non sono sicuro di aver ragione.

— Anch'io credo di sì. E non ho mai conosciuto nessuno che l'abbia imparata tanto a fondo in meno di una settimana. Ti hanno mai sottoposto a un test d'intelligenza, Lou?

— Sì. — Non desidero parlarne. Mi hanno sottoposto a test di tutti i tipi, dove si trattava per lo più d'indovinare cosa volesse chi aveva inventato il test medesimo.

— E ti hanno comunicato i risultati, o li hanno comunicati solo ai tuoi genitori?

— Non li hanno comunicati nemmeno ai miei genitori — dico. — Mia madre ne fu irritata. Le dissero che non volevano deludere le sue aspettative sul mio conto. Però ci assicurarono che sarei stato in grado di prendere un diploma.

— Lou, chi ha i tuoi risultati scolastici e quelli dei tuoi test clinici? — domanda Lucia.

— Non lo so — rispondo. — Forse… le scuole della mia città? I dottori? Io non ci sono più ritornato da quando i miei genitori sono morti.

— Chiunque li abbia, tu adesso dovresti essere in grado di farteli dare. Se vuoi, naturalmente.

Altra cosa alla quale non avevo mai pensato. Le persone hanno l'abitudine di richiedere i propri attestati scolastici e le cartelle cliniche dopo che sono cresciute e se ne sono andate? Io però non so se desidero sapere esattamente cosa c'è scritto in quegli attestati. E se dicessero di me più male di quanto ricordo?

— Comunque — continua Lucia — credo di sapere qual è il testo che ti conviene leggere ora. È un po' vecchiotto, ma non contiene nessun errore, anche se le nostre conoscenze si sono ampliate molto da allora. Si intitola Funzioni del cervello, di Cego e Clinton. Io ne ho una copia, credo. — Esce dalla stanza e io cerco di pensare a tutto ciò che hanno detto lei e Tom. È troppo: la mia testa ronza di pensieri come fotoni rapidissimi che mi rimbalzano contro le pareti del cranio.

— Ecco, Lou — dice Lucia porgendomi un libro. È pesante, un grosso volume di carta con una copertina di tela. Il titolo e i nomi degli autori sono stampati in oro su un rettangolo nero sul dorso. È passato davvero molto tempo dall'ultima volta che ho visto un libro di carta. — A quest'ora probabilmente si troverà anche on-line, ma non so dove. Io lo comprai quando cominciai a studiare medicina. Dagli un'occhiata.

Apro il libro. La prima pagina è bianca. La seconda reca il titolo, gli autori: Betsy R. Cego e Malcolm R. Clinton, poi uno spazio vuoto e in fondo il nome dell'editore e una data. Ancora un'altra pagina col titolo e i nomi degli autori. Poi una pagina col titolo Prefazione. Comincio a leggere.

— Quella puoi saltarla, e anche l'introduzione — dice Lucia. — Voglio vedere se il testo vero e proprio ti è comprensibile.

Perché gli autori avrebbero dovuto mettere nel libro qualcosa che la gente può non leggere? A cosa servono la prefazione e l'introduzione? Non voglio discutere con Lucia, ma a me sembra che dovrei leggere per prime quelle parti proprio perché vengono prima. Per ora comunque sfoglio le pagine finché trovo il capitolo 1.

Non è di difficile lettura, e lo capisco bene. Quando alzo gli occhi, dopo una decina di pagine, Tom e Lucia mi stanno guardando. Mi sento arrossire. Li avevo completamente dimenticati nel leggere. Non è educato dimenticarsi della gente.

— Tutto bene, Lou? — chiede Lucia.

— Mi piace — dico.

— Splendido. Portatelo a casa e tienilo per tutto il tempo che vuoi. Per e-mail ti trasmetterò qualche altro riferimento che so che si trova on-line. Ti va?

— Grazie — dico. Vorrei continuare a leggere, ma sento da fuori uno sportello d'auto che sbatte e so che è venuto il momento di dedicarmi alla scherma.

12

Gli altri arrivano in gruppo, entro un paio di minuti. Ci trasferiamo nel cortile sul retro, facciamo gli esercizi di stiramento, poi indossiamo giubbetto e maschera e cominciamo a tirare di scherma. Tra un incontro e l'altro Marjory si siede accanto a me. Sono felice quando siede accanto a me. Mi piacerebbe toccare i suoi capelli, ma non lo faccio.

Non parliamo molto. Io non so cosa dire. Guardo Marjory battersi con Lucia: lei è più alta di Lucia, ma Lucia è più brava. Questa sera ambedue indossano giubbetti bianchi, e ben presto quello di Marjory ha piccole macchie brune dove Lucia ha toccato.

Sto ancora pensando a Marjory quando comincio a battermi con Tom. Sto seguendo gli schemi di Marjory e non quelli di Tom, che quindi subito mi uccide due volte.

— Non ti stai concentrando — mi riprende.

— Chiedo scusa — dico.

Tom sospira. — So che hai tanti pensieri, Lou, ma una delle ragioni per cui pratichiamo questo sport è proprio quella di dimenticare per un poco le nostre preoccupazioni.

— È vero. — Smetto di pensare a Marjory e mi concentro su Tom e sulla sua arma. Adesso posso distinguere il suo schema, che è lungo e complicato, e sono in grado di parare i suoi assalti. Basso, alto, alto, basso, manrovescio, basso, alto, basso, basso, manrovescio… Tom esegue un manrovescio ogni quinta posizione, variandone l'approccio. Adesso posso prepararmi per il manrovescio, girando su un tallone e poi facendo un passetto in diagonale. Attaccare in linea obliqua, diceva uno dei vecchi maestri, mai direttamente. Infine stabilisco la serie che mi piace di più e colpisco Tom in pieno.

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