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— Ahi! — dice lui. — Pensavo di aver elaborato uno schema che non saresti riuscito a identificare…

— Esegui un manrovescio ogni quinta posizione — dico.

— Alla malora — dice Tom. — Riproviamo…

Questa volta il manrovescio arriva in nona posizione, poi in settima. Osservo che Tom lo esegue sempre in una posizione di numero dispari. Metto alla prova la mia supposizione per una serie più lunga, limitandomi ad aspettare. Ecco, infatti: nove, sette, cinque, poi di nuovo sette. Allora io rifaccio il passetto in diagonale e colpisco di nuovo.

— Non era in quinta posizione — dice lui, piuttosto a corto di fiato.

— No… ma era un numero dispari — gli spiego io.

— Non riesco a pensare abbastanza in fretta — dice Tom. — Non so battermi e pensare insieme. Tu come fai?

— Tu ti muovi, ma lo schema no — spiego. — Lo schema, quando lo vedo io, è immobile. Così è più facile tenerlo a mente, perché non si sposta.

— Non ho mai considerato la cosa da questo punto di vista — dice Tom. — E allora tu come progetti i tuoi assalti? In modo che non seguano uno schema?

— Oh, lo seguono — gli garantisco. — Ma io posso passare da uno schema a un altro… — Vedo che non mi segue e cerco di spiegarmi meglio. — Quando tu vai in macchina da qualche parte, ci sono molte strade che puoi percorrere… molti schemi tra i quali scegliere. Se ne segui uno, e una delle strade contemplate in quello schema è sbarrata, ne prendi un'altra e passi di conseguenza a uno schema diverso, no?

— Tu vedi le strade come schemi? — dice Lucia. — Io le vedo come stringhe… e passare dall'una all'altra per me è sempre complicato.

— Quanto a me, non faccio che perdermi — interviene Susan. — Se non ci fosse il trasporto pubblico non arriverei mai da nessuna parte.

— Quindi tu puoi tenere in mente diversi schemi di assalti e passare come niente dall'uno all'altro?

— Per lo più, però, io reagisco agli attacchi del mio avversario mentre ne analizzo lo schema — dico.

— Questo spiega molto sul modo in cui hai imparato quando hai incominciato a tirare di scherma — dice Lucia. Sembra felice. Non capisco perché questo la faccia sentire felice. — Nei primi incontri, non avevi tempo d'identificare gli schemi… e non avevi acquistato abbastanza abilità da batterti e pensare insieme, vero?

— Vedi… è difficile ricordarmene — dico. Mi sento a disagio con questi discorsi, con altra gente che cerca di capire come il mio cervello funziona… o non funziona.

— Oh, non importa. Adesso sei un bravo schermidore… ma di solito la scherma s'impara in modo diverso.

Il resto del pomeriggio passa rapidamente. Mi batto con diversi altri del gruppo; negli intervalli siedo accanto a Marjory, se lei non è impegnata. Ascolto i rumori che vengono dalla strada ma non sento nulla. Di tanto in tanto passa qualche automobile, però tutto sembra normale, almeno dal cortile. Quando esco, la mia macchina è intatta, il parabrezza non è rotto e le gomme non sono a terra. L'assenza di danni c'era prima che i danni si verificassero… se qualcuno fosse venuto a vandalizzare la mia auto, il danno si sarebbe verificato dopo, proprio come il buio e la luce. Prima c'è il buio, poi arriva la luce.

— La polizia ti ha fatto sapere nulla circa il parabrezza? — chiede Tom. Siamo tutti fuori, nel cortile anteriore.

— No — dico. Non voglio pensare alla polizia stasera. Marjory mi è vicina e sento il profumo dei suoi capelli.

— Hai riflettuto su chi potrebbe essere stato? — domanda ancora Tom.

— No — rispondo. Non voglio pensare nemmeno a quello, non con Marjory vicina.

— Lou… — Si gratta la fronte. — Tu devi pensarci. Ti sembra plausibile che la tua macchina sia stata danneggiata due volte di seguito da estranei?

— Non è stato nessuno del nostro gruppo — dico. — Voi siete miei amici.

Tom abbassa gli occhi, poi li alza a guardarmi. — Lou, penso che dovresti considerare… — Le mie orecchie non vogliono sentire ciò che dirà dopo.

— Eccoti qui! — lo interrompe Lucia. Interrompere qualcuno non è educato, ma io sono contento dell'interruzione. Lucia mi ha portato il libro e me lo porge dopo che ho messo lo zaino nel portabagagli. — Fammi sapere come ti sembra.

Alla luce del fanale all'angolo della strada il libro è di un grigio opaco e la copertina è ruvida sotto le mie dita.

— Cosa leggi di bello, Lou? — domanda Marjory. M'irrigidisco. Non desidero parlare della ricerca con lei. Non voglio che mi dica che la conosceva già.

— Cego e Clinton — spiega Lucia, come se fosse quello il titolo.

— Diamine! — dice Marjory. — Buon per te, Lou.

Torno a casa guidando con cautela, più conscio del solito dei raggi e delle pozze di luce che incontro, riflessi nella strada dai fanali e dalle vetrine illuminate. Entro ed esco dal buio… e ho l'impressione di andare più veloce al buio.

Tom scosse il capo mentre l'auto di Lou si allontanava. — Non so proprio… — disse, e s'interruppe.

— Stai pensando quello che penso anch'io? — domandò Lucia.

— Mi pare l'unica possibilità — annuì Tom. — Non mi piace pensarlo, è difficile credere che Don possa esser capace di un misfatto tanto serio, ma… chi altri potrebbe essere? Lui conosce Lou, potrebbe trovare facilmente il suo indirizzo; certo sa quando ci esercitiamo nella scherma e conosce la macchina.

— Alla polizia non hai detto nulla — osservò Lucia.

— No. Pensavo che Lou avrebbe fatto questa ipotesi, e dopo tutto si tratta della sua macchina. Non ho creduto bene impicciarmi. Adesso però… vorrei aver parlato e detto a Lou chiaro e tondo di guardarsi da Don. Lui immagina ancora che quello sia suo amico.

— Lo so. — Lucia scosse la testa. — Lui è così… be', non so se sia lealtà o forza dell'abitudine. Una volta amico, sempre amico… e poi…

— Potrebbe anche non essere stato Don. Lo so, lui è stato una spina nel fianco e un fastidio per parecchio tempo, però prima non aveva mai fatto nulla di violento. E stasera non è successo nulla.

— La notte non è ancora passata — disse Lucia. — Se accadesse qualcosa d'altro, dovremo parlare alla polizia… per amore di Lou.

— Hai ragione, naturalmente — sbadigliò Tom. — Speriamo però che non succeda niente e che si tratti solo di coincidenze.

Arrivato a casa, porto su il libro e lo zaino. Passando davanti all'appartamento di Danny non odo nessun suono. Metto il mio giubbetto da scherma nel cesto dei panni sudici e porto il libro sulla scrivania. Alla luce della lampada la copertina è azzurro pallido, non grigia.

Lo apro, e senza Lucia a dirmi di saltare leggo tutte le pagine fin dal principio. Le dediche, la prefazione, scritta da un certo Peter J. Bartleman che era stato professore di Betsy R. Cego quando lei studiava medicina e risvegliò in lei un duraturo interesse per lo studio delle funzioni cerebrali. Lo stile mi sembra poco scorrevole. La prefazione spiega di cosa tratta il libro, perché gli autori lo hanno scritto e poi ringrazia molta gente e diverse compagnie per il loro aiuto. Mi sorprende trovare tra di esse il nome della compagnia per la quale lavoro. Aveva fornito assistenza per i metodi di calcolo.

I metodi di calcolo sono quelli che la nostra sezione sviluppa. Guardo di nuovo la data del copyright. Quando questo libro è stato scritto io ancora non lavoravo là.

Mi domando se qualcuno di quei vecchi programmi esiste ancora.

Consulto il glossario alla fine e scorro in fretta le definizioni. Adesso conosco circa la metà di esse. Quando comincio il primo capitolo, che espone la struttura cerebrale, comprendo tutto. Il cervello, il cervelletto, l'amigdala, l'ippocampo… appaiono in numerosi diagrammi e in sezioni verticali, orizzontali e oblique. Non avevo mai visto tuttavia un diagramma che mostrasse le funzioni delle diverse aree cerebrali, e quindi lo studio con cura. Mi chiedo come mai il principale centro del linguaggio parlato sia nella parte sinistra del cervello, mentre nella parte destra c'è un'area perfettamente efficiente che elabora gli stimoli auditivi. Perché specializzarsi fino a questo punto? Mi chiedo se i suoni sentiti da un orecchio vengano percepiti più come linguaggio dei suoni sentiti dall'altro. I livelli di elaborazione degli stimoli visivi sono altrettanto difficili da capire.

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