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— È la donna di cui parla Emmy?

— No, un'altra. È medico. È sposata con un uomo che conosco.

— È medico del cervello?

— Non lo so.

— Perché ti ha dato il libro? Le hai chiesto chiarimenti sul trattamento?

— Le ho chiesto un testo sulle funzioni cerebrali. Voglio sapere cosa vogliono fare dei nostri cervelli.

— Chi non ha studiato non sa nulla di come lavora il cervello — dice Bailey.

— Nemmeno io lo sapevo finché non ho cominciato a leggere — mi oppongo. — Solo quello che ci avevano insegnato a scuola, e non era molto. Ma volevo imparare.

— Lo hai fatto? — chiede Cameron.

— Ci vuole molto tempo per imparare tutto ciò che si sa sul cervello — dico. — Adesso io conosco più di quanto sapessi prima, ma non so se ho imparato abbastanza. Vorrei sapere quali effetti loro pensano che il trattamento abbia e per quali eventuali cause possa non funzionare.

— È complicato — dice Chuy.

— Tu sai qualcosa delle funzioni del cervello? — chiedo.

— Non molto. La mia sorella maggiore era medico, prima che morisse. Io cercai di leggere qualcuno dei suoi testi quando lei andava a scuola di medicina. Allora io vivevo a casa con la mia famiglia. Avevo solo quindici anni, però.

— Vorrei sapere se tu credi che loro possano fare ciò che dicono di poter fare — dice Cameron.

— Non lo so — rispondo. — Volevo controllare quel che il dottore stava dicendo oggi. Non sono sicuro che dicesse la verità. Le diapositive che ha mostrato sono come le illustrazioni di questo libro… — Lo mostro. — Lui ha detto che significavano qualcosa di diverso. Questo non è un testo recente, e le cose cambiano. Ho bisogno di trovare nuove illustrazioni.

— Facci vedere le illustrazioni — dice Bailey.

Apro il libro al punto dove si parla delle attività del cervello e lo depongo su un tavolino basso. Tutti guardano. — Qui dice che questa illustrazione mostra l'attività del cervello quando qualcuno vede un viso umano — dico. — Io penso che somigli esattamente alla diapositiva che secondo il dottore mostrava cosa succede quando si vede un viso conosciuto in una folla.

— Infatti è la stessa — dice Bailey dopo un istante.

— Le sagome hanno le stesse proporzioni e le macchie colorate sono agli stessi posti. Se non è la stessa illustrazione, è una copia.

— Forse per i cervelli normali lo schema di attivazione è lo stesso — dice Chuy.

A questo non avevo pensato.

— Lui ha detto che la seconda diapositiva raffigurava un cervello autistico che guardava un viso conosciuto — dice Cameron. — Il libro invece dice che riproduce lo schema di attivazione quando si guarda il fotomontaggio di un viso sconosciuto.

— Non capisco cosa sia un fotomontaggio — domanda Eric.

— È una faccia generata dal computer usando lineamenti di diverse facce reali — gli spiego.

— Se è vero che lo schema di attivazione per cervelli autistici che guardano un viso conosciuto è uguale a quello di cervelli normali che guardano un viso sconosciuto, allora qual è lo schema di attivazione autistico quando si guarda un viso ignoto? — chiede Bailey.

— Io ho avuto sempre dei problemi a riconoscere gente che si supponeva conoscessi — dice Chuy. — Mi ci vuole sempre più tempo degli altri per familiarizzarmi con i visi della gente.

— Sì, però lo fai — dice Bailey. — Tu riconosci tutti noi, no?

— Sì — dice Chuy. — Ma mi ci è voluto molto tempo, e prima vi riconoscevo dalla voce, dalla taglia eccetera.

— Il punto è che adesso ci riconosci, e questo è l'importante. Anche se il tuo cervello riconosce in modo diverso, almeno lo fa.

— Una volta mi dissero che il cervello può aprirsi diverse strade per fare la stessa cosa — dice Cameron.

— Come quando qualcuno ha un incidente e rimane disabile, e allora gli danno quel farmaco che non ricordo e lo fanno addestrare, e lui può imparare di nuovo a fare quel che faceva prima, ma usando un'altra parte del cervello.

— Questo lo dissero anche a me — dico. — Io chiesi perché non dessero quel farmaco anche a me, ma mi risposero che con me non avrebbe funzionato. Però non mi spiegarono perché.

— E questo libro lo spiega? — chiede Cameron.

— Non lo so. Ancora non l'ho letto tutto — dico.

— È difficile? — domanda Bailey.

— In alcuni punti sì, ma non tanto quanto credevo io — rispondo. — Però ho cominciato leggendo prima altre cose. Questo mi ha aiutato.

— Quali? — chiede Eric.

— Alcuni dei corsi che tengono su Internet — spiego. — Biologia, anatomia, chimica organica, biochimica. — Lui mi fissa, io abbasso gli occhi. — Non sono difficili come sembrano.

Nessuno dice parola per diversi minuti. Io sento il loro respiro e loro possono sentire il mio.

— Io mi sottoporrò al trattamento — dice all'improvviso Cameron. — Voglio farlo.

— Perché? — domanda Bailey.

— Voglio essere normale — dice Cameron. — L'ho sempre desiderato. Odio essere diverso. È troppo difficile, ed è troppo difficile fingere di essere come gli altri quando non lo si è. Ne sono stanco.

— Ma non sei orgoglioso di ciò che sei? — Il tono di Bailey rende chiaro che sta citando lo slogan del Centro: "Noi siamo orgogliosi di ciò che siamo".

— No — dice Cameron. — Fingevo di esserlo. Ma in verità… cosa siamo da doverne essere orgogliosi? Io desidero non dover sforzarmi sempre così duramente di apparire normale. Voglio essere normale e basta.

— Essere normale ti sembra tanto una gran cosa?

— Essere normale è essere come gli altri. — Il braccio di Cameron sobbalza e lui fa spallucce con violenza: a volte questo lo ferma. — Questo… questo stupido braccio… Sono stanco di doverlo sempre nascondere. — La sua voce si è alzata di molto, e io mi chiedo se s'irriterà di più in caso gli chiedessi di abbassarla. — Comunque io mi sottoporrò al trattamento e voi non potete impedirmelo.

— Io non sto cercando d'impedirtelo — dico.

— Linda non lo farà — annunciò Bailey. — Dice che lascerà il lavoro.

— Io non capisco perché gli schemi devono essere gli stessi — dice Eric, che sta guardando il libro. — Non è sensato.

— Cosa non lo è?

— Che gli schemi di attivazione dei cervelli normali per i visi sconosciuti siano uguali a quelli dei cervelli autistici per i visi conosciuti.

— Le persone normali prestano più attenzione alle facce — dice Chuy.

— Le persone normali si occupano degli altri — dice Cameron. — Ecco perché io voglio essere normale.

— Le persone normali hanno a cuore le persone normali — dice Eric. — E gli autistici hanno a cuore gli autistici.

— Non è proprio vero — ribatte Cameron, e si guarda intorno. — Guardate noi. Eric sta disegnando sagome con le dita, Bailey si sta mordendo le labbra, Lou si sta sforzando talmente di sedere composto che sembra fatto di legno e io agito il mio dado che lo voglia o no. Voi accettate che io agiti il dado che ho in tasca, ma non vi occupate di me. Quando la scorsa primavera ho avuto l'influenza, nessuno di voi mi ha chiamato o mi ha portato da mangiare.

Non dico nulla. Non c'è nulla da dire. Io non ho chiamato e non ho portato cibo perché non sapevo se Cameron voleva che lo facessi. Credo non sia giusto da parte sua lagnarsene ora. Non sono sicuro del resto che le persone normali chiamino sempre e portino sempre cibo quando qualcuno sta male. Guardo gli altri. Nessuno di loro guarda Cameron. A me è simpatico Cameron, sono abituato a lui. Che differenza c'è tra avere simpatia per qualcuno ed essere abituati a lui? Non lo so con chiarezza, e questo non mi piace.

— Neppure tu ti occupi di noi — obietta infine Eric. — È più di un anno che non ti fai vedere alle riunioni del Centro.

— Già, è vero — ammette Cameron. — Continuo a vedere… non so come esprimermi… quelli più anziani, quelli che sono peggio di noi. I giovani no: adesso li curano tutti appena nascono o prima. Quando avevo vent'anni era diverso. Ma adesso… noi siamo gli unici del nostro genere. Gli autistici più anziani, quelli che non hanno avuto neppure l'addestramento che abbiamo avuto noi… non mi piace vedermeli intorno. Mi incutono la paura di tornare indietro, di diventare come loro. E non abbiamo più nessuno da aiutare, perché autistici giovani non ce ne sono più.

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