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— È vero quel che ha detto? — lo interrogò Tom il Matto.

— Cosa dovrebbe esser vero? — Ender si fermò sulla soglia della camerata, azzitti due o tre ragazzi che cominciavano a far baccano e ordinò loro di andare a letto.

— Che alcuni dei più anziani si sono messi d’accordo per ammazzarti.

— Tutte chiacchiere — borbottò lui. Ma pensava esattamente il contrario. Petra aveva saputo qualcosa di concreto, e ciò che lui aveva visto nei corridoi non era frutto della sua immaginazione.

— Saranno chiacchiere, ma spero che tu capisca di cosa parlo quando dico che i tuoi cinque capibranco adesso ti scorteranno fino in camera.

— È una passeggiata superflua.

— Diciamo che ci va di fare quattro passi.

Ender strinse i denti, seccato, ma sarebbe stato uno sciocco a rifiutare. — Fate come volete — disse. Si volse e uscì. I capibranco si accodarono a lui. Uno corse avanti e andò ad aprire la sua porta. Dopo aver controllato che nella stanza non lo attendesse una sorpresa, i ragazzi si fecero promettere che avrebbe chiuso a chiave. Uscirono, pochi secondi prima che si spegnessero le luci.

Sul suo banco lo attendeva un messaggio:

NON RESTARE MAI SOLO — DINK

Sul volto gli comparve un sorriso. Dunque Dink era ancora suo amico. Non preoccuparti. Non mi faranno proprio niente. Io ho la mia orda.

Ma nel buio della notte non aveva altri che se stesso. Confusamente sognò di Stilson, e fu stupito di vedere quanto fosse piccolo: un bambino di appena sei anni. Com’erano ridicole le sue pose da duro! E tuttavia in quel sogno furono Stilson e i suoi amici a sopraffarlo e a picchiarlo, e tutto ciò che lui aveva fatto al ragazzo nella realtà gli venne restituito con gli interessi nella fantasia onirica. Poi vide se stesso strillare e farfugliare come un idiota mentre tentava di dare ordini all’orda dei Draghi, ma dalla bocca non gli uscivano che parole prive di senso.

Si svegliò nelle tenebre, gelato da una paura senza nome. Per scacciarla si ripeté che gli insegnanti certo lo stimavano, altrimenti non l’avrebbero sottoposto a quella pressione. Loro non permetteranno che mi succeda nulla. Nulla di grave, almeno. Probabilmente, anni prima, quando i ragazzi anziani l’avevano assalito in sala di battaglia, fuori c’erano stati degli insegnanti a sorvegliare l’andamento della situazione ed in caso di necessità sarebbero intervenuti. Forse avrei potuto perfino mettermi a sedere, senza reagire, e loro li avrebbero fermati. In queste gare mi stanno addosso come aguzzini, ma fuori dalla sala vogliono che io sia al sicuro.

Con quella riflessione tranquillizzante ricadde nel sonno, e a svegliarlo fu solo il fruscio della porta, il mattino dopo, quando sul pavimento svolazzò la notifica della battaglia che lo attendeva quel giorno.

Vinsero, naturalmente, ma arrivare alla porta nemica fu un inferno. La sala di battaglia era così fittamente piena di stelle che in quel labirinto lo scontro si trasformò in una stressante caccia all’uomo della durata di 45 minuti. Di fronte avevano i Tassi, di Pol Slattery, ed essi combatterono furiosamente. Inoltre era stata introdotta una nuova difficoltà: quando i Draghi colpivano un avversario agli arti costui restava disabilitato per non più di cinque minuti. Soltanto quelli completamente congelati erano fuori in via definitiva. Ma lo scongelamento non funzionava per l’orda dei Draghi. Il primo ad accorgersi di quel che stava accadendo fu Tom il Matto, allorché cominciarono a vedersi attaccare alle spalle da gente che credevano d’avere già tolto di mezzo. E alla fine della battaglia Pol Slattery venne a stringere la mano a Ender e dichiarò: — Sono contento che abbia vinto tu, Ender. Il giorno che ti batterò voglio farlo lealmente.

— Usa quello che ti danno — sospirò lui. — Se ti trovi con un vantaggio sul nemico, tu usalo.

— Oh, è quel che ho fatto — sogghignò Slattery. — Io sono cavalieresco soltanto prima e dopo una battaglia.

Usciti di sala constatarono che avrebbero saltato la colazione; la sala mensa aveva già chiuso, a quell’ora. Ender guardò i suoi soldati che si avviavano in corridoio esausti e accaldati, e disse: — Per oggi ne avete avuto abbastanza. Niente addestramento. Prendetevi un po’ di riposo, svagatevi. Chi ha un esame, studi. — Ed ebbe la misura della loro stanchezza quando nessuno applaudì o rise; si limitarono a sfilare in camerata togliendosi di dosso le tute umide di sudore. Se lui lo avesse chiesto, avrebbero fatto l’addestramento; ma erano al limite delle loro forze e dover stare senza colazione a qualcuno sembrava già l’ultima goccia.

Ender avrebbe voluto farsi una doccia, ma si sentiva la schiena a pezzi. Si distese sul letto con la tuta da battaglia addosso, per quello che gli parve un minuto, e quando si svegliò era quasi l’ora di pranzo. Così svaniva l’idea di andare in videoteca a studiare qualcos’altro sugli Scorpioni. C’era appena il tempo di darsi una lavata, mangiare, e filare in classe per le lezioni pomeridiane.

Si sfilò la tuta, con una smorfia per l’odore corporeo che la impregnava. Aveva dolori muscolari e le articolazioni rigide. Non avrei dovuto mettermi a dormire dopo quella faticata. Sto cominciando a cedere. Mi sono ammosciato. E questo non posso permettermelo.

Così andò a correre un poco in palestra, e prima di passare nelle docce si arrampicò tre o quattro volte sulle corde. Non rifletté che la sua assenza dalla mensa dei comandanti sarebbe stata notata, né che andando a far la doccia all’ora di pranzo, con la sua orda occupata a rifarsi dalla perdita della colazione, sarebbe stato completamente solo e inerme.

Anche quando li sentì entrare nel locale delle docce non prestò loro molta attenzione. Stava assaporando la sensazione dell’acqua che gli scorreva sulla faccia e sul corpo, e il rumore dei passi sembrava lontano e soffocato. Escono già dalla mensa, pensò. Ricominciò a insaponarsi distrattamente. O forse è qualcuno che ha finito tardi l’addestramento.

O forse no. Riaprì gli occhi e si volse. Erano in sette, chi fermo presso la fila dei WC, chi appoggiato a uno dei lavandini, e lo stavano fissando. Davanti a tutti c’era Bonzo. Alcuni di loro esibivano un sorrisetto contorto, la smorfia soddisfatta che il predatore si prende il lusso di concedere alla sua vittima. Bonzo però non stava sorridendo.

— Ohé! — li salutò Ender.

Nessuno rispose.

Lui si volse e chiuse la doccia, anche se aveva sempre un bel po’ di schiuma addosso; poi allungò una mano verso l’accappatoio. Non era più lì. Uno dei ragazzi ci stava giocherellando. Era Bernard. Perché i personaggi di quella scena fossero al completo ci mancavano soltanto Peter e Stilson. Fra loro non avrebbe guastato il freddo sorriso di Peter, e neppure la grossolana imbecillità di Stilson.

Ender seppe che l’accappatoio era la loro esca, la mossa d’apertura. Nulla lo avrebbe reso più ridicolo e debole che andare dall’uno all’altro alla caccia di quell’indumento. Era questo che volevano: umiliarlo e farlo strisciare. Un gioco che lui non avrebbe giocato. Rifiutando di sentirsi a disagio perché era bagnato, infreddolito e nudo si tenne eretto e li fronteggiò, con le mani sui fianchi. Fissò Bonzo negli occhi.

— A te la prima mossa — lo sfidò.

— Questo non è un gioco, furbone — disse Bernard. — Ne abbiamo piene le scatole di te. Ma visto quanto sei bravo ti promuoviamo… al ghiaccio eterno.

Ender non guardò Bernard. Era negli occhi di Bonzo che vedeva il desiderio di uccidere, anche se taceva. Gli altri si tenevano a distanza, come incerti se fuggire e scoprire fin dove avrebbero avuto il coraggio di arrivare. Bonzo sapeva dove voleva arrivare.

— Bonzo — disse sottovoce Ender. — Tuo padre sarebbe orgoglioso di te.

Bonzo strinse le palpebre.

— Quanto sarebbe compiaciuto nel vederti adesso. Vieni a cercare il tuo avversario nudo sotto la doccia, grande e grosso come sei, e ti porti dietro sei amici. Direbbe che ti stai facendo davvero onore, eh?

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