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— Per noi o per lei? — chiese Ender. Non si aspettava una risposta. Si volse a Bean, gli strinse forte la mano per un momento, poi andò alla porta.

— Aspetta — disse Bean. — Dove sei stato assegnato? Specializzazione Tecniche? Corsi di Tattica? Armamenti?

— Scuola Ufficiali — rispose Ender.

— Al corso di preparazione?

— Al corso ufficiali — disse Ender, e uscì in corridoio. Anderson lo seguì. Bean prese il colonnello Graff per una manica. — Ma nessuno va alla Scuola Ufficiali, prima dei sedici anni.

Graff si liberò dalla sua mano, uscì e chiuse la porta dietro di sé.

Bean rimase solo nella stanza, stentando ad afferrare il significato di quel che aveva udito. Nessuno s’era mai iscritto alla Scuola Ufficiali senza aver fatto i tre anni di corso preparatorio in una delle specializzazioni tecniche o logistiche. Del resto, nessuno era mai uscito dalla Scuola di Guerra prima d’aver completato i sei anni del corso, e Ender ne aveva fatti solo quattro.

Il sistema sta andando a rotoli. Non c’è dubbio, ormai. O qualcuno negli alti comandi è impazzito, o la guerra ha avuto una brutta svolta. La guerra vera, quella con gli Scorpioni. Per quale altro motivo avrebbero stravolto i regolamenti interni a questo modo, e inasprito le gare? Per quale altro motivo avrebbero messo un bambino come me al comando di un’orda?

Bean continuò a rimuginare quelle domande mentre tornava in camerata. Le luci si spensero proprio mentre si fermava accanto alla sua cuccetta. Si spogliò nel buio, e irritato annaspò a lungo prima di riuscire ad appendere la tuta nell’armadietto. Non s’era mai sentito così depresso. Dapprima aveva pensato che la causa fosse l’inconscia paura di comandare un’orda, ma non era così. Sapeva che sarebbe stato un buon comandante. Ma continuava ad aver voglia di piangere. Non lo aveva fatto più dopo i primi giorni dal suo arrivo, quando la nostalgia di casa lo assaliva. Cercò di dare un nome al groppo che aveva in gola, alla sensazione che gli spingeva le lacrime agli occhi ad onta dei suoi sforzi per ricacciarle indietro. Si mise un pollice in bocca e lo morse, per sostituire un dolore noto a uno oscuro. Non funzionò. Non avrebbe mai più rivisto Ender, mai più.

Appena capì che la sua spina era quella, riuscì pian piano a levarsela dalla carne. Disteso sulla cuccetta fece esercizi di respirazione finché il bisogno di piangere scomparve. Poi si girò su un fianco e cercò di dormire, ma per qualche minuto il suo respiro continuò a essere rapido e secco, la fronte corrugata, gli orecchi tesi ai piccoli rumori notturni dei suoi compagni. Lui era lì con loro, ed era un soldato. Se qualcuno fosse venuto a chiedergli cos’avrebbe voluto fare da grande, non avrebbe avuto altra risposta da dargli.

Fu mentre si trasferiva sulla navetta che Ender notò per la prima volta i gradi sull’uniforme del maggiore Anderson. Erano diversi. — Sì, ora è colonnello — gli spiegò Graff. — In effetti, oggi pomeriggio il colonnello Anderson è stato messo alla direzione della Scuola di Guerra. Io sono stato assegnato a un altro incarico.

Ender non gli chiese quale.

Graff fluttuò giù fra i braccioli della poltroncina accanto alla sua, dall’altra parte del passaggio centrale. In cabina c’era soltanto un altro passeggero, un uomo in borghese, dall’aria tranquilla, che gli era stato presentato come il generale Pace. Aveva con sé una valigetta portadocumenti, ma non più bagaglio di quello che avevano lui e Graff. Per qualche ragione, il fatto che anche Graff se ne andasse da lì a mani vuote gli parve consolante.

Durante il tragitto verso la zona più interna del sistema solare Ender parlò una volta sola. — Perché stiamo tornando sulla Terra? — domandò. — Credevo che la Scuola Ufficiali fosse da qualche parte fra gli asteroidi.

— È così — annuì Graff. — Ma la Scuola di Guerra non ha strutture di attracco per le astronavi di stazza e autonomia maggiore. Farai una breve tappa intermedia sulla Terra.

Ender fu tentato di chiedere se avrebbe rivisto la sua famiglia. Ma d’improvviso, al pensiero che fosse possibile, fu colto da una strana paura e tacque. Preferì chiudere gli occhi e cercare di farsi la sua nottata di sonno. Poco più indietro, il generale Pace continuava forse a scrutarlo e studiarlo, mosso da interessi che lui aveva subito rinunciato a immaginare.

Quando atterrarono in Florida, Ender scoprì che quello era un caldo pomeriggio di mezza estate. Era stato tanto a lungo lontano dalla luce del sole che se ne sentì subito pugnalare gli occhi. Strinse le palpebre, arricciò il naso al puzzo del carburante e desiderò entrare in qualche luogo chiuso. Tutto gli appariva lontano, steso su distanze eccessive e stranamente piatto. Il terreno, senza la curvatura all’insù dei pavimenti su cui aveva camminato per quattro anni, dava l’impressione di curvarsi in basso, e benché sapesse di essere su una pista piatta Ender si sentiva come sulla cima di una collinetta. Anche l’attrazione gravitazionale mancava di quella lieve spinta laterale dovuta alla rotazione centrifuga, e nel camminare i suoi piedi avevano un noioso sbandamento. Detestò quell’insieme di sensazioni estranee. Avrebbe voluto tornarsene a casa: alla Scuola di Guerra, l’unico posto dell’universo a cui il suo corpo sembrava appartenere.

— Arrestato?

— Be’, mi è parsa una deduzione logica. Il generale Pace è il capo della Polizia Militare. E c’è stato un morto alla Scuola di Guerra.

— Non mi hanno detto se il colonnello Graff sia stato promosso oppure deferito alla Corte Marziale. Soltanto trasferito, ecco quello che so, con l’ordine di mettersi a rapporto dal Condottiero.

— Questo è buon segno?

— Chi lo sa? D’altra parte Ender Wiggin non soltanto è sopravvissuto a ogni prova e test, ma ne è uscito in ottima forma. Bisogna pur dare Credito di questo al vecchio Graff. Per contro, c’è il quarto passeggero della navetta. Quello che ha viaggiato in una cassa.

— È soltanto il secondo nell’intera storia della Scuola. Almeno non si è trattato di un suicidio, stavolta.

— L’omicidio è per qualche verso preferibile, maggiore Imbu?

— Non è stato un omicidio, colonnello. Abbiamo registrazioni video prese da due diverse angolature. Nessuno può incolpare Ender.

— Ma potrebbero incriminare Graff. Quando tutto questo sarà finito, una commissione senatoriale potrebbe passarci al setaccio e stabilire chi ha commesso degli illeciti e chi no. E darci una medaglia se non abbiamo offeso il loro senso estetico, oppure toglierci la pensione o metterci in galera. Se non altro, comunque, hanno avuto il buon senso di non dire a Ender che il ragazzo è morto.

— Ed è la seconda volta.

— Già. Non gli hanno detto neppure di Stilson.

— Ma il ragazzo ha paura di se stesso.

— Ender Wiggin non è un killer. Lui si limita a vincere… definitivamente. Se qualcuno deve averne paura, lasciamo che siano gli Scorpioni.

— Sembra quasi che lei li compatisca, al pensiero di mandargli addosso Ender Wiggin.

— L’unico per cui sono rattristato è Ender. Ma non lo sono abbastanza da suggerire che lo mettano da parte. Ho appena avuto accesso al materiale che finora Graff teneva chiuso col suo codice personale. Sui movimenti della flotta, cose di questo genere. Credo che potrò dimenticare cosa significa dormire sonni tranquilli.

— Il tempo stringe, vero?

— Non avrei dovuto parlargliene. Sono informazioni riservate.

— Lo so.

— Una cosa però posso dirgliela: non era troppo presto per trasferirlo alla Scuola Ufficiali. Anzi, forse è stato fatto con un paio d’anni di ritardo.

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