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I polli che stavano andando a dormire starnazzarono e volarono da tutte le parti, protestando al suo ingresso. La capanna era buia e carica di odori. «Zia Muschio?» chiese lei, con la voce che usava per quelle persone.

«Chi c’è?»

La vecchia era a letto e si nascondeva. Era spaventata e cercò di fare un muro di difesa attorno a sé per allontanare tutti, ma la cosa non funzionò. Non era abbastanza forte.

«Chi è? Oh, cara, la mia povera bambina bruciata, la mia bella bambina. Che cosa fai qui? E dov’è tua madre? È qui? È venuta? Non entrare, non entrare, cara, c’è una maledizione su di me, cara, quell’uomo ha maledetto questa povera vecchia, non avvicinarti!»

Pianse. La bambina tese la mano e la toccò. «Sei fredda», disse.

«Tu sei come il fuoco, piccola, la tua mano mi brucia. Oh, non guardarmi! Mi ha fatto marcire la pelle, e raggrinzire, e poi marcire di nuovo, ma non mi vuole lasciar morire… Ha detto che servivo a farti venire qui. Ho cercato di morire, ma lui mi teneva in suo Potere, mi ha fatto vivere contro la mia volontà, non mi ha permesso di morire, oh, fammi morire!»

«Non devi morire», disse la bambina, aggrottando la fronte.

«Cara», sussurrò la vecchia, «cara… chiamami con il mio nome.»

«Hatha», disse la bambina.

«Oh, lo sapevo… Liberami, cara!»

«Devo aspettare», disse la bambina. «Finché non arriverà.»

La strega si calmò, respirò senza dolore. «Finché non arriverà chi, cara?»

«La mia gente.»

In quella della bambina, la mano grossa e fredda della strega sembrava un fascio di stecchi. Lei la tenne con fermezza. Adesso, all’esterno della capanna era buio come all’interno. Hatha, che veniva chiamata Muschio, si addormentò, e alla fine anche la bambina, seduta sul pavimento accanto al suo pagliericcio, e con una gallina appollaiata accanto, si assopì.

Gli uomini arrivarono quando giunse la luce del giorno. Lui disse: «Su, cagna! Su!» Lei si mise a quattro zampe, e l’uomo rise, dicendo: «Sulle zampe di dietro! Sei una cagna intelligente, puoi camminare sulle zampe di dietro, no? Così, bene. Fa’ finta di essere umana! Abbiamo molta strada da fare. Vieni!» Aveva ancora la corda al collo, e lui la tirò. Lei lo seguì.

«Ecco, tieni tu il guinzaglio», disse, e ora fu lui — l’uomo che lei amava, ma di cui non ricordava più il nome — a tenere la corda.

Uscirono dal castello buio. La bocca di pietra sbadigliò per lasciarli passare e poi si serrò di nuovo dietro di loro.

L’uomo stava sempre dietro a lei e all’uomo che teneva la corda. Poi venivano altre tre o quattro persone.

I campi erano argentati dalla rugiada. La montagna era una macchia scura sullo sfondo pallido del cielo. Dagli alberi e dalle siepi, gli uccelli avevano preso a cantare sempre più forte.

Arrivarono sull’orlo del mondo e camminarono lungo di esso finché non giunsero in un punto dove il terreno era costituito unicamente di roccia e il bordo era molto stretto. Sulla roccia c’era una linea; lei la fissò.

«Lui può darle una spinta di incoraggiamento», disse l’uomo. «Poi lo sparviero può volare, tutto da solo.»

Le tolse la corda che aveva attorno al collo.

«Va’ avanti, e fermati sul ciglio», le ordinò l’uomo. Lei seguì la linea incisa sulla pietra, fino all’orlo. Sotto di lei, c’era soltanto il mare, e nient’altro. E davanti a lei c’era l’aria infinita.

«Adesso, Sparviero le darà una spinta», annunciò l’uomo. «Però, prima, forse lei avrà da dire qualcosa. Ha tante cose da dire. Le donne ne hanno sempre. Non avete niente da dirci, Lady Tenar?»

Lei non era in grado di parlare, ma indicò il cielo, al di sopra del mare.

«Un albatro», disse.

E scoppiò a ridere.

Nell’infinito abisso della luce, dalla porta del cielo, volava un drago coperto di un’armatura di scaglie. Nel volo, le spire della coda si annodavano e si scioglievano, e il suo passaggio era segnato da una scia di fumo.

«Kalessin!» gridò la donna, e poi si girò verso Ged, lo afferrò per il braccio e lo gettò a terra, mentre sopra di loro passavano il ruggito del fuoco, lo sferragliare della corazza, e il sibilo dell’aria sulle ali tese, il clangore degli artigli, lunghi e sottili come falci, contro la roccia.

Dal mare si levava una brezza leggera. Un piccolo cardo, che cresceva in una spaccatura della roccia, vicino alla mano di Tenar, continuava ad alzare e ad abbassare la testa, come per dare il suo assenso al vento che giungeva dal mare.

Ged sedeva accanto a lei. Tutt’e due erano inginocchiati sulla roccia, con il mare dietro le spalle, e davanti a loro c’era il drago.

Li guardò di sghembo, con uno dei suoi occhi lunghi e gialli.

Ged parlò con voce roca e tremante, nella lingua del drago. Anche Tenar fu in grado di comprendere le parole, che erano semplicemente: «Ti ringraziamo, Antichissimo».

Guardando Tenar, il drago disse, con voce fragorosa (e alla donna venne in mente una spazzola di metallo fatta strisciare su un gong): «Aro Tehanu?»

«La bambina», disse Tenar. «Therru!» si alzò in piedi per correre a cercare la bambina, e la vide sulla sporgenza rocciosa tra la montagna e il mare: stava venendo verso di loro. Verso il drago.

«Non correre, Therru!» esclamò, ma la bambina l’aveva già vista e correva, correva verso di lei. Finirono l’una nelle braccia dell’altra.

Il drago voltò l’enorme testa color ruggine e le fissò con tutt’e due gli occhi. Le froge enormi rosseggiavano di fuoco; da esse si innalzavano volute di fumo grigio. Il calore del corpo del drago arrivava fino a loro, più forte della fresca brezza marina.

«Tehanu», disse il drago.

La bambina si voltò a guardarlo.

«Kalessin», disse.

Poi Ged, che era rimasto in ginocchio fino a quel momento, si alzò. Tremava ancora, e dovette afferrarsi alla mano di Tenar per mantenere l’equilibrio. Rise. «Adesso so chi ti ha chiamato, Antichissimo!» disse.

«Sono stata io», disse la bambina. «Non sapevo che cos’altro fare, Segoy.»

Continuava a guardare il drago, e parlava nella lingua dei draghi, con le parole della Creazione.

«Hai fatto bene, figliola», rispose il drago. «Ti cercavo da molto tempo.»

«E adesso dobbiamo andare laggiù?» chiese la bambina. «Dove ci sono gli altri, sul vento diverso da questo?»

«Vuoi lasciare queste persone?»

«No», rispose la bambina. «Non possono venire?»

«No, non possono. La loro vita è qui.»

«Resterò con loro», disse la bambina, trattenendo il fiato.

Kalessin si voltò dall’altra parte, ed esplose nella sua immensa risata — o moto di disprezzo, o di gioia, o di collera — simile alla vampata che scaturisce da una fornace. «Aah!» Poi, tornando a guardare la bambina: «Va bene. Qui, hai del lavoro da fare.»

«Lo so», rispose la bambina.

«Ritornerò a prenderti», promise Kalessin. «A tempo debito.» E poi aggiunse, rivolto a Ged e Tenar: «Vi affido mia figlia, come voi mi affiderete la vostra».

«A tempo debito», gli ricordò Tenar.

Kalessin chinò leggermente l’immensa testa, e l’enorme bocca dai denti lunghi come scimitarre si piegò agli angoli in una specie di sorriso.

Poi Ged e Tenar fecero qualche passo indietro, con Therru; il drago si voltò, tra lo sferragliare dell’armatura trascinata sulla roccia, appoggiò con cura le zampe armate di lunghi artigli, e dietro si rannicchiò come un gatto, e poi si lanciò in volo. Le ali si allargarono alla luce del nuovo giorno, rosse come il sangue, ricche di venature; e gli aculei della coda strisciarono sulla roccia, finché il drago si librò nell’aria: come un gabbiano, come una rondine, come un puro pensiero.

Dove fino a pochi attimi prima c’era il drago, adesso si scorgeva solo qualche frammento bruciacchiato di stoffa e di cuoio, e altre cose.

«Andiamo via», disse Ged.

Ma la donna e la bambina non riuscivano a staccare lo sguardo da quelle cose.

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